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Smartphone e sicurezza, l’evoluzione della tecnologia

Smartphone e sicurezza, l’evoluzione della tecnologia

Al giorno d’oggi, gli smartphone e i tablet che abbiamo nelle tasche e nelle borse contengono quantità di dati enormi. Non solo perché abbiamo deciso di consegnare loro tutta la nostra vita privata, ma anche perché con i sistemi Cloud offerti online, tramite dispositivi mobili, non sono più fruibili solo gli ultimi dati inseriti ma anche tutti quelli storici. Oltre a ciò è ormai un dato di fatto la diffusione di servizi estremamente personali che, se compromessi, come il pagamento tramite smartphone, potrebbero recare seri danni di privacy ed economici. La sicurezza, storicamente, è sempre stata affidata alla famosa accoppiata “username e password”, ma ciò sembra non far più dormire sonni tranquilli a tutti.

Il primo limite di sicurezza delle nostre password siamo noi stessi, o meglio la nostra pigrizia e la nostra superficialità. A chi non è capitato di usare la medesima password – magari con lo stesso username – per una moltitudine di servizi? Il primo consiglio degli esperti di sicurezza è infatti quello di scegliere parole chiave diverse per ogni servizio, in modo tale che la compromissione di uno non causi a cascata quella degli altri. Inoltre, le password andrebbero scelte con un po’ di cura in più. Ogni anno gli istituti di sicurezza propongono la classifica delle password meno sicure di ampia diffusione. Leggendolo si scopre quanti account affidino la propria robustezza a sequenze alfanumeriche come “123456”, “abc123”, “iloveyou”, “admin” e via dicendo. Non è un caso che i grandi provider non si fidino più totalmente delle password, tanto da orientarsi volentieri verso la cosiddetta autenticazione in due passi in cui, oltre alle credenziali di accesso, viene inviato un messaggio al cellulare registrato dall’utente contenente un codice numerico che costui potrà inserire nell’interfaccia del servizio.
Le credenziali permettono però di riconoscere l’utente, inteso come profilo registrato nel sistema, non la persona reale. Per tutelarsi di fronte a possibili furti di codici di accesso, inviare un ulteriore PIN all’utenza telefonica impone che la persona interessata ne venga necessariamente a conoscenza. Come tutte le cose, però, anche l’autenticazione in due passi ha i suoi limiti: non è immediata, ad esempio. Somma i tempi di latenza di Internet a quelli della rete telefonica e poi richiede necessariamente a portata di mano un dispositivo con capacità telefoniche.

Sicurezza e immediatezza sembrano i principi della biometria, tecnologia che permette di trasformare il corpo stesso dell’utente in una password attraverso i tratti che lo rendono geneticamente unico. Le sue vie di attuazione, ormai intraprese dai grandi produttori, sono però ancora lunghe e tortuose da percorrere. Innanzitutto cerchiamo di capire cosa rende unico un essere umano e successivamente vedremo la tecnologia attuale cosa propone per sfruttarlo.

Tra gli elementi fisici su cui la biometria si concentra, ce ne sono alcuni molto comuni, mentre altri richiamano alla mente scenari quasi fantascientifici:
impronte digitali, il più utilizzato in vari campi della sicurezza pubblica, si basa sulle linee tracciate sulla pelle nell’ultima falange delle dita della mano; le mani stesse possono essere usate come una chiave e in particolare sono due gli aspetti unici che le contraddistinguono: l’impronta del palmo e la struttura interna costituita dal reticolo di vasi sanguigni. Quest’ultimo aspetto – per il quale esistono degli scanner appositi – ha il vantaggio di non essere basato su elementi di superficie, pertanto non è modificabile né alterabile da fattori contingenti come ferite, sporcizia o altro;
– anche l’occhio offre spunti interessanti: due anche in questo caso. Contempla elementi unici come la retina, collocata internamente con una rete di vasi sanguigni che la rende unica, e l’iride, la parte esterna colorata dell’occhio anch’essa in grado di offrire una conformazione non confondibile con quella di altri esseri umani;
– pure la voce, analizzata, offre delle caratteristiche di riconoscibilità, in quanto risultato della struttura interna della nostra cavità orale e dell’apparato respiratorio;
– l’uso del battito cardiaco come password è un altro campo di ricerca in continua evoluzione. L’applicazione di algoritmi matematici al ritmo del nostro cuore dimostra che se ne possono trarre dei codici che permetterebbero di identificare in maniera univoca un essere umano.
Quello che la biometria può offrire, oltre agli aspetti di sicurezza, è una maggiore agilità nell’utilizzo quotidiano. Alcune tecnologie in questo campo possono essere fruite semplicemente toccando un dispositivo o guardandolo. Con una buona ingegnerizzazione, ciò che ne trarrebbe vantaggio è la user exprerience complessiva.

Per utilizzare il riconoscimento di impronte in un dispositivo mobile serve un sensore apposito da aggiungere ai vari già presenti – bussola, giroscopio, accelerometro, ecc. – e che sia al contempo utilizzabile in maniera comoda dall’utente. Uno dei grandi fautori di questa rivoluzione è stata, come spesso capita – Apple, che sin dal 2013 ha applicato il sistema negli iPhone 5s. Il protagonista è stato il Touch ID, un tasto home intelligente – pertanto in una posizione facilmente raggiungibile dal dito pollice – che nasconde un sensore di impronte digitali. Si tenga comunque presente che la registrazione di più impronte digitali potrebbe rendere leggermente più lento il riconoscimento. Da quel momento, ogni volta che si vuole sbloccare il proprio dispositivo Apple, si potrà toccare il Touch ID o utilizzare il codice a disposizione.

Dopo Apple è poi toccato a Samsung, il maggior produttore di smartphone, a dimostrare di essere capace di seguire la nuova tendenza. Il produttore sudcoreano ha integrato sensori di impronte in Galaxy S5 e S6 e ancor prima nel Note 4. Trend che poi è proseguito su tutti i futuri modelli della società sudcoreana. Anche in questo caso il sensore è collocato principalmente sotto il tasto Home, che inizialmente è apparsa una collocazione ideale. Rapidamente tutti i maggiori produttori di smartphone, e anche quelli non propriamente di prima fascia, si sono accodati ai due colossi, tanto che al giorno d’oggi, al pari della tendenza di avere design borderless, ogni dispositivo mobile ha praticamente a bordo un sensore per le impronte digitali, spesso sulla parte frontale e a volte anche su quella posteriore, vicino alla fotocamera.

L’ultima evoluzione della biometria è rappresentata infine dal FACE ID, che Apple ha incluso nel suo recente iPhone X, il modello che celebra il decimo anniversario dalla nascita dell’iPhone. Si tratta di un sistema di riconoscimento del viso introdotto il 12 settembre 2017 presso il Steve Jobs Theater durante l’ultimo keynote tenuto da Apple per presentare iPhone 8, 8 Plus e, appunto, X, e intende sostituire il Touch ID. In pratica, consente agli utenti di sbloccare i dispositivi Apple, di effettuare acquisti nei vari negozi digitali della casa di Cupertino (iTunes Store, App Store e iBooks Store) e autenticare i pagamenti tramite Apple Pay. Il Face ID funziona proiettando più di 30.000 punti infrarossi su un volto per produrre una mappa del viso in 3D. Apple ha affermato che la probabilità che qualcuno possa aggirare questo sistema è 1 su 1.000.000, in contrasto con il Touch ID che garantiva solo 1 su 50.000. Apple ha dichiarato che le informazioni sul riconoscimento del viso sono al sicuro, memorizzate localmente sul chip Bionic A11 e non nella cloud.

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