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Pagamenti più facili con lo smartphone

Pagamenti più facili con lo smartphone

Bancomat, carte di credito, home banking, da decenni l’elettronica sta tentando di rubare spazio al denaro. Questa volta però sembra che lo strumento deputato a compiere il nuovo “attacco” sia proprio lo smartphone. Negli ultimi anni, si sono infatti rincorse proposte, ipotesi, perplessità, ma l’idea di eseguire i pagamenti nei negozi tramite il telefonino negli ultimi anni ha avuto un’accelerazione improvvisa e con un taglio decisamente promettente. Proprio per questo abbiamo deciso di esaminare i fondamenti e le soluzioni al momento esistenti: cosa lo rende possibile e come inciderà sulle nostre vite.

Come funziona
L’obiettivo della tecnologia non è quello di produrre l’ennesimo metodo per pagare in Rete, ma inventare un nuovo “gesto” della vita quotidiana: entrare in un negozio qualsiasi, fare la propria spesa e pagare senza tirare fuori bancomat o contanti dal portafoglio, semplicemente avvicinando lo smartphone a un POS. La chiave del successo di un’operazione simile è la semplicità: fare in modo che il tutto possa essere immediato, spontaneo, usando strumenti che già conosciamo e abbiamo a disposizione. Il POS in dotazione all’esercente deve funzionare in modalità contactless, senza richiedere pertanto l’introduzione fisica del mezzo di pagamento. Esteriormente è identico a quelli tradizionali, tant’è che, senza farci caso, ne avremo già incontrati molti nelle grandi catene di distribuzione. La differenza è che solitamente si trovano rivolti verso il cliente e sono da questi facilmente raggiungibili. Lo smarthpone deve, dal canto suo, essere dotato della tecnologia di comunicazione NFC.

NFC, il protagonista
L’acronimo sta per Near Field Communication, ossia “comunicazione a corto raggio”, e rappresenta una tecnologia che permette di scambiare dati, in senso bidirezionale, tra due agenti detti “initiator” e “target”. Se si pensa che il Near Field Communication Forum, comitato per la diffusione e la standardizzazione di NFC, è stato fondato nel 2006 da Nokia, Philips e Sony, mentre l’iPhone 6, distribuito nel 2014, è il primo terminale Apple che ne è stato dotato, si capisce quanto, negli anni, intere fette importanti della tecnologia abbiano ignorato questo protocollo. Il suo raggio d’azione è estremamente ridotto, si parla di un massimo teorico di 10 cm. L’ideale sarebbe però che gli estremi della comunicazione non siano distanti più di 4 cm l’uno dall’altro. I suoi impieghi però sono molteplici. Lo si può utilizzare, in primis, tra due dispositivi come una sorta di Bluetooth ancora più ravvicinato. In questo caso lo scopo potrebbe essere un generico passaggio di dati di qualunque tipo. Ad esempio, in Android esiste il framework Beam che permette ai programmatori di integrare NFC nelle proprie app.

NFC, etichette e TAG
Altro utilizzo di NFC, forse quello che desta più curiosità, consiste nell’interazione, in modalità lettura/scrittura, tra un terminale mobile e un target passivo che può assumere la forma di un’etichetta o una smartcard. Lo scopo è immagazzinare piccole quantità di dati nel target. Supponiamo che il target sia un’etichetta, in genere detta tag, da applicare su oggetti comuni: al suo interno si potrebbe salvare in pochi byte un indirizzo di rete o un codice identificativo che permetterebbe ad un’app presente nello smartphone di interrogare banche dati remote e recuperare molte più informazioni sull’oggetto. Altro vantaggio dei tag NFC è che il costo è molto basso: una confezione di dodici pezzi può essere acquistata a meno di dieci euro. L’aspetto più singolare, tra l’altro, è che non sono alimentati: l’energia loro occorrente sarà fornita dal campo elettromagnetico indotto dal dispositivo mobile nelle vicinanze. NFC è rimasto un’eterna promessa dell’informatica fino a poco tempo fa. Quando si è iniziato a parlare di pagamento via smartphone i tempi non erano maturi. Allora esisteva un solo modello con NFC in dotazione. Se si osserva un catalogo di questi giorni, al contrario, si vede che il protocollo in questione è diventato una presenza fissa: i top di gamma dei principali produttori lo hanno tutti. Samsung, ad esempio, ha prodotto il primo cellulare Android dotato di NFC, il Galaxy Nexus S, e lo integra da tempo nei propri dispositivi anche di fascia media e, a maggior ragione, non ne farà a meno adesso.

Apple Pay e Android Pay
Affinchè il pagamento funzioni è necessario che ci sia un’applicazione a coordinarne il funzionamento. A distanza di pochi mesi sia Apple che Android hanno proposto le loro soluzioni in materia. Apple Pay è stato annunciato ad ottobre 2014 mentre Android Pay si è rivelato al mondo in occasione del Google I/O 2015. Il primo è già attivo in Italia, seppure abbiano ancora aderito poche banche (American Express, Mediolanum, Boon, Carrefour Banca e Unicredit), il secondo non è previsto nel nostro Paese almeno per tutto il 2017. Il loro funzionamento è comunque simile: i dati delle carte di pagamento – di credito o di debito – vengono registrati nell’applicazione, la quale, senza essere invocata espressamente, si attiverà all’avvicinamento dello smartphone al POS contactless a patto, come si è detto, che nel dispositivo sia disponibile il protocollo NFC. La possibilità di utilizzare le app in questione in un esercizio commerciale è indicata dalla presenza dei simboli mostrati nelle due figure seguenti, oltre che da quello indicante la natura contactless del POS.

Apple Pay e Android Pay sono entrambi votati alla semplicità. Se si consultano le pagine Internet ufficiali dei progetti, entrambi vengono presentati come strumenti immediati nell’utilizzo che eviterebbero agli acquirenti di portare con sé carte di pagamento e cercarle in borse e portafogli al momento dell’utilizzo. Oltre agli acquisti in esercizi fisici, questi sistemi permettono di svolgere acquisti in-app. Affinchè una tale realtà possa funzionare, oltre agli aspetti tecnici, è necessario che a monte si stabiliscano preventivi accordi tra i colossi dell’informatica che gestiscono i due sistemi operativi e le grandi multinazionali della finanza che emettono le carte di pagamento. Ciò non solo al fine di trasformare i flussi di dati in reali transazioni economiche ma anche di avere accesso ad informazioni come elenco delle operazioni svolte, conferma dei pagamenti eseguiti, eventuale storno in caso di restituzione del bene e gestione del corso di validità dei mezzi di pagamento.
Nondimeno è necessaria la collaborazione di chi vende, dalle grandi catene ai distributori di POS che attrezzano il commercio al minuto. Per questo le pagine Web di Apple Pay e Android Pay mettono in  luce le parnership che sono state già intraprese con i più importanti attori dei vari settori.

E la sicurezza?
Affinchè invece l’acquirente veda di buon occhio queste procedure è importante infondergli fiducia curando gli aspetti di sicurezza. Apple Pay, oltre a NFC, mostra come importante aspetto tecnologico l’integrazione con Touch ID, il suo sistema di riconoscimento dell’impronta digitale. Dal lato suo, Android Pay supporta il riconoscimento delle impronte digitali ma si può ricorrere anche a PIN o password per evitare utilizzi non autorizzati dell’app. Comunque in entrambe le soluzioni un aspetto fondamentale è la crittografia. I metodi adottati si equiparano sfruttando un meccanismo di “tokenization”: né Apple Pay né Android Pay faranno viaggiare i codici delle carte di credito ma li sostituiranno con dei numeri identificativi generati appositamente e il loro uso sarà supportato dalla crittografia della comunicazione.

Una delle paure più grandi degli utenti riguarda infatti il furto o lo smarrimento dello smartphone già abilitato ai servizi di pagamento. Sia Apple che Android hanno però pensato alla soluzione. I servizi potranno essere disabilitati da remoto: nel caso di Android lo si potrà fare con l’Android Device Manager, mentre nel caso dei prodotti di Cupertino viene fatto in automatico attivando la “Modalità smarrito” inclusa in “Trova il mio iPhone”, servizio offerto dalla piattaforma iCloud. Apple Pay tiene molto a chiarire quali siano i dispositivi della casa utilizzabili e con quale campo di applicazione.

Anche Vodafone si è mosso tempestivamente per consentire pagamenti sicuri tramite smartphone. Vodafone Pay, il primo servizio in Italia che permette di pagare in modo veloce e sicuro con lo smartphone, permette infatti di abbinare tutte le carte di credito e la maggior parte delle prepagate dei circuiti Visa e MasterCard, oltre a PayPal. Una volta aggiunta la carta a Vodafone Pay è possibile scegliere un PIN personale per autorizzare i pagamenti. Basta avvicinare il telefono, anche da scarico, al POS contactless e, senza doverlo sbloccare o aprire l’app, l’acquisto viene effettuato. In caso di pagamenti superiori a 25 euro, per autorizzare l’operazione è necessario digitare sul POS il PIN personale scelto al momento di attivazione della carta. Durante i pagamenti, infine, i dati delle carte, custoditi all’interno della sim NFC non vengono mai salvati sul telefono.


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